riflessioni

Tutti sulla stessa barca

In quello stesso giorno, alla sera, Gesù disse loro: «Passiamo all’altra riva». E lasciata la folla, lo presero con sé, così com’era, nella barca. C’erano delle altre barche con lui. Ed ecco levarsi una gran bufera di vento che gettava le onde nella barca, tanto che questa già si riempiva. Egli stava dormendo sul guanciale a poppa. Essi lo svegliarono e gli dissero: «Maestro, non t’importa che noi moriamo?» Egli, svegliatosi, sgridò il vento e disse al mare: «Taci, càlmati!» Il vento cessò e si fece gran bonaccia. Egli disse loro: «Perché siete così paurosi? Non avete ancora fede?» Ed essi furono presi da gran timore e si dicevano gli uni gli altri: «Chi è dunque costui, al quale persino il vento e il mare ubbidiscono?» (Marco 4, 35-41)

Trovarsi su una piccola barca in mare aperto può essere tranquillo e rinfrescante. Si controlla l’ambiente circostante. Si è fuori dalla frenesia del mondo, e niente interrompe la veduta che si ha fino all’orizzonte. Tuttavia, se sopraggiunge una tempesta, la barca si rivela improvvisamente molto piccola e fragile, circondata da un caos mortale.

Durante le restrizioni di movimento imposte quest’anno ovunque nel mondo, alcuni hanno provato un ristoro pacificante e allo stesso tempo un’incertezza incontrollabile. Ma molte persone, soprattutto i poveri, hanno sperimentato una minaccia devastante per la loro vita piuttosto che la pace. Come ha detto Papa Francesco, dobbiamo renderci conto che siamo tutti sulla stessa barca e che l’umanità ha urgente bisogno di trovare una solidarietà senza precedenti.

Siamo la prima generazione a rendersi chiaramente conto che il nostro intero pianeta è come una piccola barca e che il modo con cui vive l’umanità sta infliggendo al nostro ambiente danni che possono diventare irreparabili. Per cambiare questo insieme, abbiamo bisogno della stessa solidarietà che porta alla giustizia umana.

Gesù chiede di attraversare il lago per andare dall’altra parte. Questa è la sua prima visita in un territorio abitato da non ebrei, il primo chiaro segno che la sua vita porterà cambiamenti non solo in Israele, ma nel mondo intero. La tempesta che esplode sul lago rappresenta la barriera attraverso la quale Gesù passa per andare verso tutta l’umanità, come un aereo che supera la barriera del suono.

C’era stato prima un altro uomo al quale Dio aveva chiesto di andare a predicare il pentimento fuori d’Israele, era il profeta Giona. Ha allora preso una barca per fuggire da Dio. Su quella barca, anche lui dormiva profondamente durante una tempesta finché non fosse svegliato da altri passeggeri. Fu gettato in mare e, ritenuto morto, tornò alla vita dopo tre giorni. Gesù interpreta questo ritorno di Giona come un segno della sua morte e risurrezione (Matteo 12, 38-40).

In questa storia si tratta anche dell’incomprensione dei discepoli, che non comprendono appieno l’identità di Gesù. Eppure erano così fortemente attratti da lui che hanno lasciato tutto e l’hanno seguito.

Per quanto ne sappiamo, i discepoli non si appellano a Gesù pensando che possa cambiare la situazione. Le parole che escono dalla loro bocca sono: «Non t’importa?». In una situazione in cui pensano che moriranno, diventa urgente per loro sapere se veramente contano per Gesù o se egli è indifferente a ciascuna delle loro vite. Marta da parte sua aveva detto le stesse parole a Gesù: «Non ti importa che mia sorella mi abbia lasciata sola a servire?» (Luca 10,40). Quando proviamo a seguire Gesù, ci saranno anche per noi dei momenti in cui saremo vulnerabili, feriti o in pericolo, e un atteggiamento simile potrebbe manifestarsi in noi. L’importante sarà che lo esprimiamo a Cristo nella preghiera, come hanno fatto i discepoli e Marta.

Dopo che Gesù ha parlato e tutto si è calmato, chiede ai suoi discepoli: «Perché siete così paurosi?», Non: perché avevate paura? ma perché avete? Chiede ad essi non solo di riflettere sulla loro impotenza di fronte al terrore della tempesta, ma anche di rendersi conto più profondamente di chi hanno scelto di seguire.

Gesù disse alla tempesta: «Taci, càlmati!» e, vedendo l’effetto di queste parole, i discepoli si dicono: «Chi è dunque costui?». Anche se non sono esattamente le stesse parole, possiamo custodire nel nostro cuore quelle del Salmo 46. Dopo aver evocato le tempeste, la guerra e il caos, questo salmo ci dice che Dio è con noi nonostante tutto: «Fermatevi! Sappiate che io sono Dio!» (Salmo 46,11).

  • Cosa posso fare per contribuire nella costruzione della solidarietà?
  • Quali difficoltà («tempeste») dovrò affrontare se comincio a costruire una comunità con persone che sono al di fuori del mio spazio di comodità?
  • Chi può rivolgersi a noi e chiederci: «Non ti importa nulla se sono in difficoltà?». Come possiamo rispondere?

Meditazione di Taizé

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