pillole sulla fede

Mangiare per morire – Mangiare per vivere

Gesù disse:
“Io sono il pane della vita. I vostri padri hanno mangiato la manna nel deserto e sono morti; questo è il pane che discende dal cielo, perché chi ne mangia non muoia. Io sono il pane vivo, disceso dal cielo. Se uno mangia di questo pane vivrà in eterno e il pane che io darò è la mia carne per la vita del mondo”. Allora i Giudei si misero a discutere aspramente fra loro: “Come può costui darci la sua carne da mangiare?”. Gesù disse loro: “In verità, in verità io vi dico: se non mangiate la carne del Figlio dell’uomo e non bevete il suo sangue, non avete in voi la vita. Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue ha la vita eterna e io lo risusciterò nell’ultimo giorno. Perché la mia carne è vero cibo e il mio sangue vera bevanda. Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue rimane in me e io in lui. Come il Padre, che ha la vita, ha mandato me e io vivo per il Padre, così anche colui che mangia me vivrà per me. Questo è il pane disceso dal cielo; non è come quello che mangiarono i padri e morirono. Chi mangia questo pane vivrà in eterno”.
(Giovanni 6, 48-58)

Dopo che Gesù ha sfamato una grande folla di pani, la gente ha capito che questo era un segno. Lo vedono come un nuovo Mosè che, per miracolo della manna, il pane caduto dal cielo, aveva assicurato la vita del popolo di Dio nel deserto. Gli dicono: “Dacci sempre questo pane” (6,34). Ma Gesù disse loro: “Io sono il pane della vita” (6,35). Poi parla a lungo, interrotto due volte da una domanda dei suoi interlocutori (v. 35-58). È sorprendente che il verbo mangiare sia completamente assente nella prima metà del suo discorso (vv. 35-47). Ciò che dà la vita non è mangiare, ma venire a Gesù e credere in lui: “Chi viene a me non avrà mai fame e chi crede in me non avrà mai sete”. Questo fece dire a sant’Agostino: “Credi e avrai mangiato”.

La seconda parte del discorso (6,48-58) inizia con le stesse parole della prima: “Io sono il pane della vita”. Ma ora manca il verbo credere, e il verbo mangiare, ripetuto non meno di dieci volte, sembra prenderne il posto. La frase che conclude la prima parte: “chi crede nella vita eterna” (v. 47) diventa nella conclusione della seconda: “chi mangia questo pane vivrà in eterno” (v. 58). Cosa significa questo passaggio da credere a mangiare? Il mangiare non sostituisce il credere, ma lo approfondisce.

Mangiare e morire – mangiare e vivere: questa è l’alternativa che Gesù espone. Chi ha mangiato la manna nel deserto è morto, come tutti noi che mangiamo il nostro pane quotidiano, un giorno moriremo. Ma c’è un altro pane: “Se uno mangia di questo pane, vivrà in eterno”. È solo un bel sogno? Gesù passa immediatamente a qualcosa di diverso da un sogno. Egli annuncia la sua morte: “Il pane che io darò è la mia carne per la vita del mondo”. I suoi interlocutori non capiscono di cosa stia parlando. Ma sentono quanto siano sconvolgenti le parole di Gesù: “Come può costui darci la sua carne da mangiare?”.

Invece di addolcire il suo linguaggio scandaloso, Gesù rincara: “Se non mangiate la carne del Figlio dell’uomo e non bevete il suo sangue, non avete in voi la vita”. Nel libro del profeta Ezechiele, le parole “mangerete carne e berrete sangue” (Ezechiele 39,17) dicono il colmo della violenza. Bere sangue è ancora più grave che versarlo: è annientare un essere vivente per appropriarsi della sua energia vitale. Per questo la Legge vieta ogni consumo di sangue, anche animale: “non mangerete la carne con la sua anima, cioè con il suo sangue” (Genesi 9,4). Gesù sa che una violenza estrema lo raggiungerà e lo distruggerà. Ma è anche sicuro che essa sarà danneggiata dalla sua morte. La violenza non potrà nulla contro il suo amore: il suo sangue sarà versato, ma darà la sua anima, la sua vita, perché l’umanità viva.

Possiamo, dobbiamo, mangiare la sua carne e bere il suo sangue? Qualsiasi lettore, per quanto poco informato sul culto cristiano, riconosce in queste parole un’allusione all’Eucaristia, il pasto in cui l’assemblea dei credenti rende grazie per la venuta di Gesù e lo accoglie cantando: “Benedetto colui che viene!”. Ora uno dei tratti distintivi del culto cristiano rispetto a quello del Tempio è la sua non violenza: i fedeli non mangiano più carne di animali sacrificati, ma semplice pane. Il contrasto è netto: il linguaggio violento “mangiate, questo è il mio corpo” si traduce in una pratica di dolcezza quasi celeste, un culto celebrato con pane e vino.

Mangiare e morire – mangiare e vivere: noi abbiamo voglia di mangiare per non morire, Gesù acconsente di morire affinché abbiamo da mangiare. In ogni Eucaristia celebriamo questo capovolgimento: la violenza l’ha schiacciato e annientato, ma Gesù si dona per amore. Si lascia “mangiare” da noi come pane. Ma mentre noi assumiamo il pane e il nostro corpo lo assimila, il pane vivo che è Cristo ci assimila a lui. Il Vivente condivide con noi la sua stessa vita: “colui che mangia me vivrà per me”.

- Gesù è un maestro da ascoltare e un modello da seguire: cosa cambia se è anche la mia vita?

- Da quali avidità, da quali paure di non avere, può liberarci il pane della vita?

Meditazione di Taizé

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