riflessioni

Domenica 27 dicembre – Santa Famiglia di Gesù, Maria e Giuseppe

Un aspetto del mistero dell’incarnazione di cui la prima domenica dopo Natale consente l’approfondimento ruota attorno al fatto che Gesù nasce e cresce in un ambiente familiare, sociale, culturale e religioso specifico. In particolare, viene evidenziata la trasmissione di vita dai suoi genitori (cf. Lc 2,27) al bambino Gesù: la vita dei suoi genitori, in questa fase di totale dipendenza da loro, è la sua stessa vita. Essi gli fanno vivere la fedeltà che egli vivrà a sua volta, in futuro, all’interno della sua vocazione personalissima, portandolo al tempio, obbedendo alla Torah, mostrandosi sottomessi al Signore. Anche Giuseppe e Maria preparano la via del Signore: con la loro fede, con il loro amore, con la loro obbedienza. Il testo è cristologico, e tuttavia da esso traspare, in prospettiva ermeneutica, il problema della responsabilità educativa dei genitori e il nodo del rapporto tra famiglia e comunità. La famiglia arricchisce la comunità e la comunità sostiene la famiglia nel proprio faticoso cammino umano e di fede.

Il testo presenta anche l’incontro tra generazioni mostrando l’accoglienza del bambino da parte degli anziani Simeone e Anna. L’attesa obbediente di Simeone diviene capacità di accoglienza: “Simeone accolse il bambino tra le sue braccia e benedisse Dio” (Lc 2,28): accolto da Maria nel suo seno, ora Gesù è accolto tra le braccia di Simeone, uno dei poveri del Signore, uomo di attesa e di fede. E mentre lo accoglie nelle sue braccia non lo trattiene, ma lo confessa come dono di Dio destinato non solo a Israele, ma anche a “tutti i popoli” (Lc 2,31). La preghiera e il digiuno perseveranti di Anna, la profetessa, la rendono capace di discernere nel bambino il Messia atteso. Preghiera assidua, discernimento, lode e ringraziamento sono gli elementi spirituali che caratterizzano la figura di Anna. E se Maria aveva cantato le meraviglie compiute da Dio in lei, ora Anna, alla vista del bambino, loda Dio per il suo intervento.

Questo incontro è particolarmente commovente e pregnante in quanto mostra l’incontro tra il crepuscolo di due vite, quelle di Simeone, ormai prossimo alla morte (Lc 2,26.29) e di Anna, vedova di ottantaquattro anni (2,37), con l’alba dell’esistenza di Gesù, che ha poche settimane di vita. Colpisce, in questi due anziani, la capacità di accoglienza del nuovo, la capacità di far spazio in sé alla novità operata da Dio e che essi hanno saputo attendere con pazienza. La loro perseveranza e la loro fedeltà non li hanno induriti o isteriliti, ma resi dioratici, capaci di discernimento, di tenerezza, di accoglienza, di amore. È possibile invecchiare bene.

L’incontro tra Simeone e il bambino è l’incontro di due debolezze: la debolezza dell’uomo anziano e la debolezza dell’infante. Gesù, infante, ancora non parla, ma può solo essere parlato. E da Simeone è parlato, così come è visto e toccato, accolto nelle braccia. La Scrittura ha già parlato per lui e all’anziano Simeone basta la testimonianza delle Scritture, basta ciò che ha letto e ascoltato nelle Scritture per discernere nel bambino la salvezza di Dio. All’impotenza del bambino corrisponde la non volontà di possesso da parte dell’anziano, il non voler avere un potere su di lui: Simeone è abitato dalla capacità di amare nella libertà e in modo liberante.

La preghiera di Simeone è un rendimento di grazie: egli loda e ringrazia Dio. Ecco un altro segno del beato invecchiamento di Simeone. Non avanza pretese, non si lamenta, non è autocentrato, ma ringrazia, riconoscendo che la sua vita è stata segnata da doni e promesse, che c’è un passato per cui dire grazie e un futuro a cui dire “sì”. Anche il futuro imminente che è la sua stessa morte. “Simeone benedisse dicendo”. Con la parola Simeone fa fronte alla morte e nutre la propria speranza. Con la parola egli fa qualcosa della propria morte. E la preghiera di Simeone si concentra sul momento presente: “Ora”, nûn. Essa sintetizza il passato, il tempo della preparazione della salvezza, anticipa il futuro dell’illuminazione dei popoli pagani, ma trova nell’oggi, nel frammento di tempo presente, quello in cui il bambino viene presentato al tempio, il momento di sintesi, il momento in cui sgorga il ringraziamento. In quel momento tutto il passato viene accolto, l’attesa viene confermata, e il futuro viene rilanciato. Nelle parole di Simeone, che sono una preghiera rivolta al Signore e “padrone” (in greco Despótes) della vita, la morte appare come un licenziamento, un congedo dal servizio, dalla lunga militanza di una vita. Vi è sia il senso della liberazione dello schiavo sia il congedo dopo un servizio, sia, soprattutto, il permesso di partire, di morire. “Sì, Signore, ora tu puoi lasciare andare il tuo servo nella pace”. L’uomo giusto e timorato si appresta a vivere una morte nella pace.

Così il mistero della nascita illumina anche l’enigma della morte.

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