riflessioni

Domenica 3 gennaio 2021

La seconda domenica del tempo di Natale, proponendo come testo evangelico il prologo del IV vangelo, consente di approfondire la contemplazione del mistero dell’incarnazione. “Il Verbo si è fatto carne” è la rivelazione centrale della pagina iniziale del IV vangelo. Nell’incarnazione noi contempliamo il Dio che incontra l’uomo facendo avvenire in sé l’alterità dell’uomo stesso. Dio diviene uomo come noi, “uno della nostra stessa pasta” (Ippolito di Roma). L’incarnazione è il culmine della storia di salvezza, dell’agire di Dio che fin dalla creazione tende alla corporeità. Purtroppo siamo talmente abituati a questa parola “incarnazione”, che non ci rendiamo conto dello scandalo che essa porta in sé. Un antico scritto della tradizione neoplatonica afferma che “Dio non può essere visto attraverso un corpo”. Dare un corpo a Dio, come fa il cristianesimo, significa renderlo accessibile ai sensi umani: noi, la Parola della vita l’abbiamo vista, ascoltata e toccata, dirà la prima lettera di Giovanni. Gesù è colui che nella sua umanità realizza la piena unità di Parola e di carne. Egli ci mostra che la verità, nel cristianesimo, non è dell’ordine del pensiero, ma la si coglie in un corpo e in una carne. Nell’incarnazione Dio esperisce la condizione umana dal di dentro. Dio fa abitare la propria divinità nella carne umana, l’uomo dona a Dio la propria umanità; Dio si fa uomo perché l’uomo, seguendo le tracce del Figlio Gesù Cristo, incontri Dio in pienezza: ecco il mirabile scambio celebrato nel Natale. L’incarnazione narra che tutto ciò che è umano, dal concepimento fino alla morte di una persona, è oggetto della sollecitudine e dell’interesse di Dio, è avvolto dall’amore di Dio. La carne umana è la dimora di Dio; l’umanità di Gesù Cristo è il luogo di Dio. L’incarnazione ci spinge a confessare che Gesù di Nazaret è l’umanità di Dio: divenire umani a immagine dell’uomo Gesù di Nazaret è il compito del credente. L’incarnazione ci dice che la vita di Gesù, nel suo quotidiano dipanarsi fatto di incontri e di amicizie, di servizio e di amore, di dedizione radicale agli altri e di obbedienza al Padre, ci insegna a vivere secondo Dio.

Noi associamo sempre l’incarnazione alla parola mistero. Si dà mistero quando una persona o un essere si svela a noi a partire dal suo intimo, dal suo profondo, dalla sua interiorità impenetrabile. Le porte del mistero si aprono solo dall’interno. L’incarnazione è mistero perché, per quanto la si comprenda, non per questo cessa di essere mistero: nel mistero si entra, ma non lo si esaurisce; più lo si comprende più diviene coinvolgente e affascinante. L’incarnazione trova perciò la sua analogia più eloquente nell’amore (nel mistero dell’amore). Anche nell’amore l’accresciuta conoscenza dell’altro non significa la perdita o la fine dell’interesse per l’altro, ma il suo approfondimento. L’incarnazione ci parla della storia d’amore di Dio con l’umanità.

L’evento dell’incarnazione diviene anche possibilità di rinascita e rigenerazione per il credente: accogliere il Verbo, ovvero accedere alla fede nel Nome del Signore, significa entrare nella vita da figli di Dio.

L’incarnazione costituisce il vertice della volontà di amore e di incontro con l’uomo da parte di Dio. Essa è la comunicazione della vita di Dio all’uomo in Cristo e questa comunicazione è un atto di amore.

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