riflessioni

Domenica 10 gennaio 2021 Battesimo del Signore

Il brano evangelico si apre con la presentazione della predicazione di Giovanni. Giovanni mostra la propria autocoscienza presentando se stesso e la sua azione come qualcosa che scompare di fronte a colui che viene dopo di lui. Se entrambi, Giovanni e Gesù, sono interni al disegno di Dio, se entrambi sono intravisti dalle scritture profetiche, Giovanni afferma di essere perfino “incapace” di fare il gesto del servo nei confronti di colui che viene dopo di lui. Essi sono necessari l’uno all’altro: senza Gesù, il ministero e la predicazione di Giovanni cadrebbero nel vuoto; senza Giovanni, il ministero di Gesù mancherebbe del radicamento nella storia e della testimonianza anticipata che l’autorizza. Giovanni prepara la strada a chi viene dopo, ma rispetto a lui sta ritirato.

Ma ecco che i versetti 9-11 mettono in scena Gesù. Gesù si presenta solo. Giovanni avrà preparato la strada al Signore senza sapere come o da dove il Signore sarebbe venuto e che volto avrebbe avuto. E il gesto dell’immersione è portatore di novità per Gesù stesso: salendo dall’acqua egli (ed egli solo) vede l’invisibile. Vede i cieli che si squarciano e a questa immagine violenta segue quella ispirata a tenerezza della colomba, o meglio dello Spirito che scende, come colomba, verso di lui. Al termine della discesa l’immagine della colomba svanisce perché lo Spirito scende su Gesù, anzi in Gesù. È un dono che penetra fin nel più intimo di Gesù. Se Gesù immergerà in Spirito santo, per ora lo Spirito si immerge in lui e lo abita e lo muoverà, come nell’episodio immediatamente successivo delle tentazioni nel deserto (Mc 1,12-13). L’immagine “come colomba” è un tratto poetico e simbolico: ciò che avviene è impercettibile, è qualcosa di tenero e delicato ma anche di violento e lacerante. Lo Spirito, dirà Marco, getterà, spingerà Gesù nel deserto con violenza per la lotta contro l’Avversario (Mc 1,12). Vi è qualcosa di tenero e violento come in una nascita. E Gesù, salendo dall’acqua, sente la voce celeste e vede lo Spirito scendere su di lui. Vede lo Spirito che scende e ascolta la voce dall’alto che dice: “Tu sei mio figlio, l’amato, in te ho posto il mio compiacimento”. Cosa dice questa frase? Dice anzitutto “tu”, stabilisce l’altro come un “tu”. Vi è essenzialmente una valorizzazione di chi Gesù è. Tutto l’interesse è incentrato su Gesù, sul suo essere. Non vi è tanto un’investitura regale come argomentano in molti basandosi sul fatto che “tu sei mio figlio” è citazione di Sal 2,7, un Salmo messianico; non c’è nessuna pubblica presentazione del servo come in Isaia 42,1 citato nell’ultima parte di Mc 1,11 (“in te ho posto il mio compiacimento”); non c’è alcuna formulazione di missione ma solo una voce che si rivolge a un altro per parlargli come un padre parla al suo figlio unico e amato.

Di più. Questa parola che ha in vista Gesù e la sua unicità, ebbene questa parola fa di Gesù non un altro, ma un tu. E al “tu” aggiunge “sei mio figlio”. Questo è l’atto di riconoscimento paterno. Non tu “eri”, non tu “sei stato”, non tu “sarai”, ma tu “sei”, in una attualità perdurante che dice la stabilità della relazione e che si fonda su una precedenza di amore. Se tu sei mio figlio è perché io ti amo: perché il mio amore ti precede e ti fonda e ti è grato del tuo essere te stesso. Queste le parole necessarie che un padre deve dire al figlio: dal riconoscimento paterno dipende la nascita e il progresso della coscienza filiale presso il figlio così come della responsabilità paterna presso il padre. E poi “amato”: agapetòs, che equivale all’ebraico jachid, “unico”. L’esperienza di Gesù al Giordano è esperienza di essere amato, non di un suo protagonismo di amore in quanto solidale con i peccatori che al Giordano confessavano i loro peccati, e neppure di umiliazione in quanto sottomesso al battesimo di Giovanni, né di perfezione spirituale perché ha visto i cieli aperti e lo Spirito scendere, ma di gratuito amore ricevuto da Dio attraverso la mediazione di un uomo al cui ministero egli si è sottomesso. La parola costitutiva della filialità di Gesù dice la sua preziosità, il suo essere un tu per Dio, l’essere in cui Dio ha posto il suo compiacimento: “In te ho posto il mio compiacimento”. Questo è l’atto di filiazione in cui tutto è dovuto alla parola e non alla carne. Marco non ha un vangelo dell’infanzia come gli altri sinottici e nemmeno un prologo di alta teologia come il IV vangelo, ma in maniera narrativa espone l’idea della filialità di Gesù nei confronti di Dio in modo sottile e profondo. È il Dio Padre, il Dio che parla e dialoga che stabilisce Gesù come figlio.

L’immagine dello Spirito che, come colomba si posa su Gesù, esprime la dimensione di tenerezza che accompagna la paternità.

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